ARMANDO BESIO

L’OPINIONE DEL MESE – INTERVISTA AD ARMANDO BESIO

Continua il ciclo di interviste di 10alle5 Quotidiano alle grandi firme della cultura a cui chiediamo la loro opinione in merito alla Bellezza della città e a come migliorare Milano. Questo mese abbiamo intervistato Armando Besio, capo servizio delle pagine culturali di Repubblica Milano, scrive (perlopiù di arte) su Robinson e “il Venerdì di Repubblica” e organizza il più “piccolo” festival culturale italiano,  Zelbio Cult, a Zelbio, un paesino di 200 abitanti a  800 metri di altezza tra i monti del lago di Como.

E' appena terminato Il Fuori-salone, come dobbiamo considerarlo, cultura o spettacolo? E soprattutto, ci sono effettive ricadute positive per la promozione del territorio sotto il profilo turistico e culturale ?

Cultura forse. Spettacolo senz’altro. Bello o meno, dipende dai gusti. Al Fuorisalone va in scena di tutto. Snob e pop. Finezza e grossolanità. Sprazzi di genio e cadute di stile. Pezzi da museo e oggetti da fiera. L’eccesso di offerta e il difetto di selezione generano confusione. La quantità minaccia la qualità. Quest’anno il calendario sfoggiava 1200 “eventi” (come li chiamano gli uffici di comunicazione, cercando di nobilitare anche i semplici appuntamenti). Un’esagerazione. Ma il Fuorisalone è fatto così. E’ la sua forza, e il suo limite. Quanto alle ricadute, immagino che siano ricaduti molti denari nelle tasche degli albergatori e dei privati che affittano a prezzi spesso irragionevoli spazi espositivi anche improbabili, ma sempre ricercatissimi. Il turismo ci guadagna, certo, non fosse altro che per la marea di gente, arrivata da ogni parte del mondo, che dilaga in città. Che cosa poi resti, a ciascuno, di questa frenetica full immersion, se questa sia cultura o consumismo, sarebbe tutto da verificare.

C'è coinvolgimento nelle "week" milanesi, su cui l'amministrazione sta puntando, del mondo culturale e intellettuale?

Il mondo culturale non saprei dire che cosa sia. Quello intellettuale, neanche. La mia riflessione è questa. Mi pare che l’amministrazione comunale stia puntando troppo sul formato “week”. Da eccezione sta diventando regola. Da opportunità, ossessione. E’ innegabile che le “week” vivacizzino la città. Ma a quale prezzo? Ci stiamo ammalando di “eventite bulimica”. Sembra che nulla abbia più senso se non all’interno di caotiche settimane tematiche ingolfate da centinaia di “eventi”. Questa frenesia mi sembra anche un segno di scarsa fiducia nella bellezza della città. Una bellezza che non ha bisogno di settimanali iniezioni di “droga” per svelarsi. Propongo una settimana dell’ozio. A seguire, una del silenzio.

In questi giorni ci siamo occupati della chiusura dell'ufficio del turismo, del portale del turismo e anche della gadgettistica. Milano sta lavorando ad una visione di medio lungo termine nella promozione turistica oppure sta vivendo semplicemente l'onda lunga di Expo ?

La “scatola nera” che vendeva gadget a San Babila non era granché, più ingombrante che accogliente. I prodotti non erano brutti, però piuttosto ordinari. Non se ne sentirà la mancanza. Abolirei anche il neonato gadget linguistico “Yes Milano” che tracima da ogni comunicato municipale. E’ un’espressione banale, ai confini del kitsch. Quanto a ufficio e portale turistici, prima di riaprirli bisognerebbe riflettere su quale idea abbiamo di turismo.

Che cosa ne pensa dell'amministrazione comunale: ha visione oppure è gestione? Che cosa dovrebbe migliorare? E in che cosa è peggiorata?

Vedo molto impegno nella gestione, che tuttavia è soprattutto una co-gestione, insieme ai privati. Sono loro che hanno in mano il pallino delle scelte più importanti, come dimostra, per esempio, il cartellone delle grandi mostre, a volte presunte tali, allestite a Palazzo Reale, al Mudec e in altri spazi comunali. Visione è una parola impegnativa. Se ripenso agli anni in cui arrivai a Milano, visionario fu l’allora assessore alla cultura Salvatore Carrubba, che con il direttore centrale Alessandra Mottola Molfino all’alba del Duemila concepì il Museo delle culture all’ex Ansaldo, il Museo del Novecento all’Arengario, il Museo d’arte contemporanea agli ex gasometri della Bovisa (questo, rimasto purtroppo sulla carta), i grandi lavori di ristrutturazione del Castello Sforzesco e di Palazzo Reale. Mi piacerebbe rivedere in città altrettanta capacità di sguardo e di progetto.

Gli esempi di ciò che funziona o non funziona potrebbero essere tanti. Funziona Base Milano, all’ex Ansaldo. Ha un’idea, un’anima, una vivace allegria che contagia il pubblico, infatti sempre numeroso. Non funziona la Fabbrica del Vapore, che ha troppe idee ma confuse, un’identità incerta e di conseguenza scarso successo, nonostante il fascino del luogo.

E non funziona il “decoro urbano”, come si chiamava un tempo il buon gusto applicato allo spazio cittadino. Penso soprattutto alla cosiddetta arte pubblica che in questi anni ha dilagato in città. Ci sono rari esempi di committenza intelligente e coerente con il luogo, come l’installazione di Alberto Garutti in piazza Gae Aulenti. Ci sono al contrario molti esempi di opere irrisolte, per qualità e contesto, anche a dispetto dei nomi altisonanti degli autori, tipo Libeskind davanti all’Ambrosiana, Pistoletto in Centrale, Isgrò al Sempione, Sassu e Fiume in piazza Piemonte. Manca un’autentica regia pubblica, capace di orientare e disciplinare l’irruenza non sempre disinteressata dei privati.

armando besio
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